Ho appena terminato due romanzi di Robert A. Heinlein, uno dei grandi della fantascienza. Uno lungo lungo (Straniero in terra straniera, versione lunga, Fanucci, Roma, 2005), uno corto corto (Universo, Mondadori, Milano, 2006).
Entrambe le opere sono state scritte nella prima metà degli anni Sessanta. Entrambe riguardano la religione.
L’edizione di Straniero in terra straniera è più lunga di quella uscita originariamente: la vedova di Heinlein ha dato alle stampe il manoscritto originale. Non ho modo di confrontare le due versioni, ma non toglierei nulla a questa, pur essendo di oltre 700 pagine. La storia è quella di un terrestre cresciuto su Marte, con i Marziani, che viene riportato nella civiltà terrestre. Nonostante inizialmente l’autore si concentri su un’analisi della nostra società e delle sue assurdità viste da un estraneo, ben presto il libro si focalizza sui due aspetti più rilevanti delle nostre vite: il sesso e la religione.
In Universo il tema è quello di un’astronave generazionale il cui equipaggio, a causa di una rivolta avvenuta in un remoto passato, ha dimenticato l’esistenza di un mondo esterno e ha preso l’astronave – enorme – per l’universo intero. Chi afferma il contrario, chi afferma che esiste un mondo fuori dall’astronave, verrà condannato per eresia.
La scrittura di Heinlein è ottima, ma a volte trovo che alcuni aspetti della trama vengano risolti un po’ ingenuamente. È il caso del personaggio di Jubal in Straniero, troppo giusto per essere vero, e delle incredibili coincidenze che si verificano al temine di Universo.
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